..::Lettera contenuta in una bottiglia rinvenuta al largo di Greyhawk::..

Mi chiamo Coral.
Non sono una naufraga, e nemmeno una bambina. Semplicemente, mentre la nave del capitano Harrison sta facendo vela verso Greyhawk, avrei bisogno di parlare un po’ con qualcuno. Il capitano è gentile, ma è sempre troppo occupato. E i marinai...
Loro non sono le persone adatte, diciamo.
Il tempio è ormai lontano, e così casa mia. Vengo da Waterdeep, a nord ovest dei Reami Dimenticati. Non potete non conoscerla.
E come avevo iniziato a spiegare prima, mi chiamo Coral. Il mio cognome, il cognome di mio padre cioè, è Evenstar, ma non so se ho il diritto di usarlo ancora.
Mio padre è un brav’uomo, ma non condivide le mie scelte. Forse teme che faccia la fine di mio fratello, o forse è solo troppo attaccato alle sue ricchezze, non saprei dirlo... so solo che gli vorrò sempre bene, nonostante ci siamo lasciati così in malo modo. Ma non voglio ricordarmela così la mia famiglia, con mio padre rosso in volto dalla rabbia che mi cacciava in malo modo, mia madre che piangeva in silenzio e le mie sorelline, col volto rigato dalle lacrime, che si affacciavano alla finestra e mi gridavano di non andarmene.
No, io ricordo una mattina, una delle tante di qualche anno fa, quando Ruby, mio fratello maggiore, veniva a svegliarmi tirandomi le trecce e facendomi strillare, e io saltavo su e gli correvo dietro, ridendo, e ci rincorrevamo per tutta la casa. E quando passavamo di fronte alla camera di Opal, lei usciva tutta assonnata protestando perché l’avevamo svegliata, e la piccola Emy frignava per lo stesso motivo. E scendevamo tutti e quattro nel salone, dove la mamma ci rimproverava divertita, e c’era un profumo di pane appena sfornato e di crema calda...
Questo era prima che Ruby partisse. Mio padre aveva pagato un maestro d’armi perché gli insegnasse l’arte del combattimento, in modo da poter fare a meno di qualche guardia durante i suo viaggi. E’ un mercante, e contava che Ruby avrebbe seguito la sua strada ed un giorno avrebbe ereditato la sua fortuna. Ma mio fratello aveva idee diverse. Un giorno giunse in città un gruppo di avventurieri. Fra loro c’era un bardo che cantò delle loro imprese... Ruby ne fu folgorato: Era l’occasione che stava aspettando. Tre giorni dopo, quando ripartirono, mio fratello andò con loro, portando con se solo la sua armatura e la sua spada. Aveva appena quindici anni, vedete...troppo giovane, troppo inesperto...
Quegli avventurieri tornarono, sei mesi dopo, ma mio fratello non era con loro. L’unica cosa che tornò di lui fu la sua spada. Era un’arma magnifica, uno spadone con l’elsa tutta intarsiata d’oro e rubini, ed è stata quella l’ultima goccia che ha incrinato il rapporto tra me e mio padre.
Fu stabilito che la tenessi io, perché ero l’unica in famiglia che avesse speranze di imparare ad usarla, anche se allora ero troppo piccola per una spada così, avevo quattro anni meno di mio fratello. Ero robusta, ma non particolarmente forte, oltretutto ero piuttosto maldestra, eppure sentivo che dovevo allenarmi, lo sentivo e basta, non sapevo il perché, da dove venisse questo imperativo. I miei genitori pensavano che fosse il mio modo per superare la perdita di Ruby, e non facevano opposizioni... del resto assecondavano praticamente ogni mio desiderio. L’anno dopo mi regalarono una spada lunga, non una da allenamento, una spada vera. Si fidavano di me, ero una ragazzina responsabile e molto matura, dicevano. E siccome la nostra casa è un po’ lontana dalla città, e non c’era più mio fratello a proteggerci, ora potevo occuparmi io di badare alla sicurezza mia e delle mie sorelline. Quanto mi sentivo importante! No, non è il termine giusto... mi sentivo felice perché sentivo di fare il mio dovere. Non del tutto... non ancora, però. Fu solo quando ci fu l’epidemia che capii... non so esattamente cosa fosse, qualcosa di simile alla peste, però non si prendeva col respiro, ma solo toccando le persone infette. Fu una fortuna che mio padre fosse in viaggio da alcune settimane, altrimenti avrebbe rischiato grosso, col suo lavoro... noi stavamo chiuse in casa, non potevamo uscire e iniziavamo a non poterne più. Mia sorella Opal decise di fare un giro in città. Non ci fu verso di dissuaderla... e non potevo certo lasciarla andare da sola. Naturalmente, mi sarebbe bastato avvertire mia madre e sarebbe finita lì, ma non lo feci. Forse anch’io ero stufa di non vedere nessuno... fatto sta che ce ne andammo tranquille ed incoscienti a zonzo per la città. Fu solo quando arrivammo nei pressi dei quartieri poveri che ci rendemmo conto della nostra imprudenza. Dappertutto c’erano ammalati che si accasciavano qua e là, persone riverse a terra... e gruppetti di disperati che vagavano senza meta. Si avvicinarono, e mia sorella iniziò a strillare per la paura. Io piangevo. Avevo la mia spada, ma a che scopo? Avrei forse dovuto usarla contro delle persone sofferenti?
Chiesero denaro. Io gettai loro il mio borsellino, ma loro continuarono ad avvicinarsi. “Coral, andiamo a casa, ti prego!” mi imlplorò Opal, ma io non l’ascoltai. Come potevo? Andarmene a casa come se nulla fosse, lasciando quella gente lì a morire? Con quello che i miei genitori spendevano per pagare il mio maestro, si sarebbero potuti comprare dei medicinali e... mi voltai, e mia sorella non c’era più. Correva a perdifiato verso casa, mentre gli ammalati si accalcavano attorno a me. “Aiutaci, signorina...” imploravano, vicinissimi, ma senza toccarmi. Io non sapevo come, avevo già dato loro tutto il denaro che avevo con me. E poi vidi il chierico. A prima vista pensai che fosse vecchio, ma poi mi accorsi che era pensino più giovane di mio padre. Aveva sul volto un sorriso stanco, ed i segni della malattia. E sulla tunica, un simbolo: due mani legate ai polsi da un filo rosso. Mi si avvicinò e mi chiese: “Cosa cerchi, bambina?”
Risposi d’istinto, senza esitazione, seguendo qualcosa che sentivo nel cuore. “Vorrei aiutare.”
Il chierico mi guardò, quello che vide era solo una ragazzina, una ragazzina sana... sono sicura che stesse per dirmi di andare a casa. Ma poi la sua espressione cambiò... il suo sorriso si allargò. “Vieni”, mi disse. “Non aver paura.”, e mi tese la mano.
Non ne avevo, e quindi la presi e lo seguii.
Fu una giornata lunghissima, interminabile. Mentre lo aiutavo a soccorrere gli ammalati, lui mi parlò di Ilmater. Quel giorno capii finalmente qual era lo scopo della mia vita. Aiutare i più deboli, e non solo usando la spada che porto al fianco.
Alla fine mi ammalai anch’io, ma come potete facilmente intuire, ce la feci. Non fu così per il chierico. Allan, questo era il suo nome, morì un paio di settimane dopo, col sorriso sulle labbra. Mi disse di non temere la morte né la sofferenza, perché Ilmater ricompensa sempre chi soffre per lui.
Ma quello fu anche l’inizio della rottura dei rapporti coi miei genitori. Mia madre non diceva nulla, ma mio padre andava fuori di testa. Non mi portava più con se, non mi dava più denaro, per paura che io potessi donarlo al tempio, mi chiudeva in casa. E andò avanti così mese dopo mese, anno dopo anno, io lacerata dal rimorso per essere costretta a disobbedirgli, lui incapace di comprendere, di accettare di “perdere” un’altra figlia...
Andò avanti fino a qualche mese fa. Gli dissi che volevo entrare ufficialmente nell’Ordine, e lui andò su tutte le furie. Me lo proibì categoricamente. Io uscii di casa e andai al tempio: piansi e pregai tutta la notte, e poi decisi. Non potevo disobbedire a mio padre in maniera così grave, ma non potevo neppure continuare così. Decisi di andarmene per conto mio. Il capitano Harrison, vecchio amico di mio padre, sarebbe salpato l’indomani mattina con un carico per Greyhawk. Lontano, lontanissimo... tornai a casa, presi la mia spada e, dopo un attimo di esitazione, quella di mio fratello. Ruby era un ragazzo avventato, ma generoso: sapevo che non gli sarebbe dispiaciuto. Tornai al tempio, e scambiai quelle due armi preziose con la semplice spada lunga che porto ora, una corazza ed uno scudo. Presi anche un arco e qualche freccia, anche se non sono mai stata un granchè brava.
Rientrai all’alba ed affrontai mio padre. Fu freddo con me, finchè non gli dissi della spada di Ruby. Lo abbracciai, ma lui mi maledisse e mi cacciò via. Mandai un bacio a mia madre ed uscii per sempre da quella porta.
E adesso sono sotto coperta, e il capitano mi ha detto che mancano pochi giorni ad arrivare a destinazione. Il mio cavallo, il povero Brave Boy, non ne può più.
Forse non dovevo trascinarlo in questo viaggio, povera bestia...
Cosa mi aspetta a Greyhawk? Chi può dirlo. Io confido in Ilmater. Lui mi ha indicato questa strada... forse fra qualche giorno scoprirò cosa vuole da me il Dio Sofferente. Io prego incessantemente, ho completa fiducia in lui, ma ho comunque un po’ di paura. Non temo la sofferenza, non temo la morte... ho paura di non riuscire a portare a termine il mio compito. E se non fossi in grado di difendere i più deboli? Oggi compio diciotto anni, ma mi sento ancora solo una ragazza... e se qualcuno che si affidasse a me dovesse morire? E se dovessi... dovrò... uccidere qualcuno per salvare qualcun altro?
Prego, prego, prego... ho fiducia.
Ilmater guida il mio cammino.
E se voi che leggete queste mie parole potete farlo... per favore, mandate un bacio a mia madre ed alle mie sorelline. Dite loro che avranno sempre un posto nel mio cuore.
Dite a mio padre che gli voglio bene.
Chiedetegli perdono...